
Dal basso. Vignetta di Cathy Wilcon pubblicata su *The Sydney Morning Herald* / *The Age*. 7 gennaio 2026
I quotidiani australiani *The Sydney Morning Herald* e *The Age*, di proprietà di Nine Entertainment, una delle più grandi società australiane nel settore dei media e dell’intrattenimento, hanno presentato le proprie scuse (2)«per il danno causato» da una vignetta di Cathy Wilcox (1963) pubblicata a gennaio, che alcune persone hanno ritenuto offensiva, sostenendo che si basasse su uno stereotipo antisemita.
La vignetta, pubblicata su questi due quotidiani il 7 gennaio 2026 con il titolo "Grassroots" (che significa all’incirca "movimento di base " o "radici popolari"), raffigura vari personaggi, che rappresentano diversi gruppi della società, mentre brandiscono cartelli e chiedono l’istituzione di una commissione reale d’inchiesta sull’attacco terroristico di Bondi del 14 dicembre 2025.
Il gruppo in primo piano comprende varie personalità del mondo politico e imprenditoriale: David Littleproud, Sussan Ley, Jacinta Price, John Howard, Jillian Segal e Rupert Murdoch, che sostengono i manifestanti con una striscia d’erba sopra la testa mentre marciano al ritmo dettato da Benjamin Netanyahu che suona un tamburo.
Dov’è l’antisemitismo, se posso chiedere?
La questione non si è esaurita con un paio di critiche alla vignetta. Il Consiglio della Stampa australiano ha pubblicato una lunga risposta al reclamo riguardante questa vignetta (potete leggere il testo completo qui sotto) e, credetemi, l’ho letta e riletta, cercando di trovare tracce di quei presunti segni evidenti di antisemitismo che, secondo loro, compaiono nella scena, sapendo benissimo che non li avrei trovati.
Secondo il Consiglio australiano della stampa, l’antisemitismo comporta l’uso del «cliché antisemita secondo cui il popolo ebraico controllerebbe o manipolerebbe segretamente gli eventi mondiali, i governi, i sistemi finanziari o i media».
Tuttavia, si dà il caso che non vi sia un solo simbolo dell’ebraismo né alcun riferimento a qualcosa di legato alla religione, nemmeno a livello subliminale, e che solo due delle sette persone ritratte siano ebree: Jillian Segal (inviata speciale australiana per la lotta all’antisemitismo) e Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele e autore a tempo pieno di genocidio. Questo basta al consiglio per stravolgere la scena e dichiarare che il messaggio trasmesso è che queste due persone rappresentano il «popolo ebraico».
L’ennesimo caso di vittimizzazione, in cui si gioca la carta dell’antisemitismo per soffocare le critiche rivolte allo Stato di Israele o a Netanyahu, oppure per mettere a tacere chi difende il popolo palestinese di fronte al genocidio, all’occupazione della propria terra o ai bombardamenti in Libano.
C'è qualcosa che non va in Australia
In Australia, come in tanti altri paesi, si registra da tempo una tendenza preoccupante che si scontra frontalmente con la libertà di espressione e la libertà di stampa. Se si vuole un esempio, basta ricordare che lo Stato australiano del Queensland vieta slogan filopalestinesicome “dal fiume al mare” e«globalizzate l’intifada»in base a una nuova e radicale legge sui discorsi d’odio che prevede una pena fino a due anni di reclusione per «la diffusione, l’esposizione o la recitazione di frasi proibite con l’intento di molestare o offendere». All’inizio di marzo 2026, queste due frasi sono diventate«espressioni vietate»ai sensi della legge dello Stato del Queensland.
Le misure relative al divieto ufficiale di questi slogan sono state inserite neldisegno di legge di modifica del 2026 volto a combattere l’antisemitismo e a impedire che le armi finiscano nelle mani di terroristi e criminali, approvato dal Parlamento del Queensland il 27 febbraio. Questa normativa segue il modello dei disegni di legge omnibus approvati sia dal governo del Nuovo Galles del Sud che dal governo federale all’indomani delmassacro di Bondi Beach.
Ricorrente / The Age, The Sydney Morning Herald
Sentenza n. 1859
9 giugno 2026
Il Consiglio della Stampa ha valutato se la pubblicazione, il 7 gennaio 2026, di una vignetta sui quotidiani *The Age* e *The Sydney Morning Herald*, intitolata “Grass roots”, costituisse una violazione delle proprie Norme di condotta. La vignetta raffigura una folla di personaggi sopra una striscia di erba, con cartelli in mano, che chiedono l’istituzione di una Commissione reale. Le figure raffigurate rappresentano vari gruppi, tra cui avvocati, imprenditori, personalità dello sport e esponenti del Partito Laburista, con cartelli recanti le scritte “Imprenditori per la Commissione reale”, “Avvocati per una Commissione reale”, “Grandi dello sport per una Commissione reale”, “Ex esponenti del Partito Laburista per la Commissione reale” e “Cani per una Commissione reale”. Una figura ha un fumetto con la scritta «Non parlate della guerra». Sullo sfondo c’è una figura che impugna un megafono e incita a favore di una Commissione Reale. In primo piano, si vedono diverse figure politiche riconoscibili – David Littleproud, Sussan Ley, Jacinta Price, John Howard, Jillian Segal e Rupert Murdoch – che, mentre marciano, tengono la striscia d’erba sopra le loro teste. Separata da questo gruppo e all’estrema destra, c’è una figura che assomiglia al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, mentre suona un tamburo accompagnata dalla scritta “Boom Boom”.
In risposta alle denunce ricevute, il Consiglio ha chiesto alle testate di esprimersi in merito alla possibile violazione dei propri Standard di condotta, che impongono alle testate di adottare misure ragionevoli per evitare di causare o contribuire in modo sostanziale a offese, angoscia o pregiudizi significativi, oppure a un rischio sostanziale per la salute o la sicurezza, a meno che ciò non sia sufficientemente nell’interesse pubblico (Principio generale 6). Il Consiglio ha rilevato che il reclamo sollevava preoccupazioni in merito al fatto che la vignetta si basasse su immagini e temi che ricordano da vicino stereotipi antisemiti ben consolidati, raffigurando figure ebraiche come attori manipolatori che esercitano un’influenza occulta dietro un presunto movimento «di base». Il reclamo ha inoltre sollevato preoccupazioni sul fatto che la vignetta sminuisca le legittime preoccupazioni espresse da coloro che sono stati direttamente colpiti dalla sparatoria, nonché da membri della comunità più ampia che hanno chiesto l’istituzione di una Commissione reale d’inchiesta sulla sparatoria. A questo proposito, la vignetta suggerisce che il loro ragionamento non si basi sulle preoccupazioni relative agli omicidi, bensì sulla disponibilità a farsi manipolare dai «sionisti», marciando al ritmo di Netanyahu.
In risposta, le testate hanno affermato che la vignetta dovrebbe essere considerata nel contesto dell’ampio dibattito pubblico seguito all’attacco terroristico a Bondi del 14 dicembre 2025 e alle successive richieste diffuse di istituire una Commissione reale. Le testate hanno spiegato che l’intento della vignetta era quello di mettere in luce la politicizzazione quasi immediata delle richieste autentiche di istituire una Commissione reale, che si sono trasformate in un attacco politico contro il primo ministro Anthony Albanese, e di illustrare il fenomeno dell’«astroturfing», ovvero campagne finanziate da privati o motivate da interessi politici progettate per sembrare movimenti spontanei dal basso. Hanno precisato che il titolo «Grass roots» è stato utilizzato in modo ironico a tale scopo. Le testate hanno spiegato che la rappresentazione di Benjamin Netanyahu si basava sulle sue dichiarazioni pubbliche rilasciate nelle ore successive all’attacco, in cui aveva condannato il riconoscimento della Palestina da parte del primo ministro Albanese, affermando che ciò avesse «versato benzina sul fuoco dell’antisemitismo». Hanno precisato che la vignetta non intendeva richiamare stereotipi antisemiti, ma piuttosto commentare il ruolo degli attori politici esterni e interni nel plasmare il dibattito interno. Le testate hanno riconosciuto che, sebbene alcuni lettori abbiano trovato la vignetta stimolante, molti altri, in particolare i membri della comunità ebraica, ne sono rimasti feriti e offesi. Hanno dichiarato che, una volta compresa la gravità del disagio della comunità, hanno agito tempestivamente, pubblicando scuse in primo piano e una serie di lettere dei lettori sull’argomento. Hanno aggiunto che i vertici della redazione avevano inoltre programmato un incontro con i membri della comunità ebraica. Nonostante le scuse, le testate hanno affermato che la vignetta era stata pubblicata in buona fede su una questione di chiaro e significativo interesse pubblico e in un momento di intenso dibattito pubblico riguardo a una Commissione reale, e che l’interesse pubblico alla libertà di espressione, compresa la libertà dei vignettisti di commentare i principali eventi di attualità, era sufficiente a giustificare l’eventuale offesa arrecata.
Conclusione
Il Consiglio riconosce che le vignette sono espressioni di opinione che spesso ricorrono all’esagerazione e all’assurdità per mettere in luce questioni serie. Per questo motivo, il Consiglio ha concesso un ampio margine di discrezionalità alle vignette nel valutare se una testata abbia adottato misure ragionevoli per evitare di causare grave offesa, disagio o pregiudizio. Tuttavia, tale margine di discrezionalità non è illimitato, in particolare quando una vignetta può rafforzare stereotipi razziali, etnici o religiosi.
Il Consiglio prende atto delle osservazioni delle testate secondo cui l’intento della vignetta era quello di commentare la politicizzazione delle richieste di istituzione di una Commissione reale. Il Consiglio prende inoltre atto delle osservazioni delle testate secondo cui non vi era alcuna intenzione di offendere o causare pregiudizio. Il Consiglio osserva che l’intento della vignetta o il messaggio che essa cerca di trasmettere possono essere interpretati in modi diversi. In questo contesto, il Consiglio rileva la rappresentazione di figure politiche che portano sopra la testa il presunto movimento popolare, mentre Netanyahu, che è sia ebreo che Primo Ministro israeliano, se ne sta in disparte, suonando il tamburo al cui ritmo marciano le figure politiche. Il Consiglio ritiene che questa immagine codifichi il cliché antisemita secondo cui il popolo ebraico controlla o manipola segretamente gli eventi globali, i governi, i sistemi finanziari o i media. Il Consiglio ritiene che tale immagine fosse suscettibile di causare o contribuire a provocare grave offesa, angoscia e pregiudizio, in particolare nei confronti delle persone di fede ebraica.
Sebbene il Consiglio riconosca l’interesse pubblico nel commentare le motivazioni politiche di alcuni di coloro che hanno chiesto l’istituzione di una Commissione reale sull’attacco terroristico, il Consiglio non ritiene che ciò fosse sufficiente a giustificare l’offesa, l’angoscia o il pregiudizio sostanziali causati o ai quali si è contribuito, descrivendo coloro che chiedevano l’istituzione di una Commissione reale come manipolati dal Primo Ministro israeliano. Di conseguenza, il Consiglio conclude che le testate non abbiano adottato misure ragionevoli per evitare di causare o contribuire in modo sostanziale a un grave scandalo, disagio o pregiudizio, in violazione del Principio Generale n. 6.
Il Consiglio accoglie con favore le scuse pubblicate nelle testate giornalistiche e la loro dichiarata intenzione di incontrare i rappresentanti della comunità ebraica.
Il Consiglio rileva che, oltre ad aver constatato che le testate non hanno adottato misure ragionevoli per conformarsi alle proprie Norme di condotta, la questione sottolinea l’importanza, per tutte le testate, di garantire che i propri processi editoriali siano sufficientemente solidi da ridurre al minimo il rischio involontario di causare offesa, disagio o pregiudizio. Il Consiglio rileva inoltre che, in un contesto caratterizzato da una maggiore sensibilità della comunità riguardo all’antisemitismo e alla coesione sociale, l’adeguatezza dei processi editoriali dovrebbe essere valutata tenendo conto della delicatezza dell’argomento trattato e del potenziale impatto sulle comunità interessate.
L’umorismo nei guai: una raccolta di casi
Casi di fumettisti che hanno dovuto affrontare gravi problemi a causa delle loro vignette o illustrazioni satiriche. Sono presenti anche alcune storie di altre persone che, pur non essendo fumettisti, hanno avuto problemi per averle condivise.







